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Mediterraneo, un piccolo mare dai grandi problemi

da fondali_admin
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Il Mediterraneo è ricco di biodiversità così come di problemi: cambio di temperature, turismo, pesca eccessiva e veleni assediano il nostro mare.

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Il Mediterraneo è un mare di piccole dimensioni che copre meno dell’1% della superficie degli oceani globali e con una ridotta profondità (circa 1.500 m contro i 4.000 m dei grandi oceani), nello stesso tempo, però, accoglie circa il 7,5% della biodiversità marina globale grazie alle molte specie endemiche.

Queste caratteristiche rendono il Mare Nostrum sotto assedio da parte di problemi come: il cambio di temperature, turismo, pesca eccessiva e veleni. Una situazione che non va sottovalutata in quanto il nostro mare è un modello per l’oceano globale e la sua risposta a tali avvenimenti è un anticipo di quella degli altri oceani. 

Un mare troppo caldo… 

È previsto per il 2100 che il riscaldamento globale degli oceani potrebbe superare i 2°C con conseguenze irreparabili soprattutto per il nostro mare, questo perché i “motori freddi” del Mediterraneo si fermerebbero impendendo alle acque in profondità di rifornirsi dell’ossigeno necessario all’esistenza di determinate specie marine. Attualmente (già dagli anni ’90) le prolungate onde di calore nelle acque superficiali hanno fatto strage di specie non tolleranti alle temperature troppo alte, come ad esempio le gorgonie ed alcuni tipi di spugne.

Le temperature estremamente calde hanno portato anche all’ingresso nel Mare Nostrum di specie tropicali che trovano condizioni adatte alla loro sopravvivenza mentre le specie locali subiscono una regressione. Inoltre, le specie che un tempo vivevano solo nella parte meridionale del bacino, si spingono verso nord come ad esempio le tartarughe che, essendo rettili, nidificavano solo nelle acque calde del Sud mentre adesso non è raro trovarle anche nel mar Ligure.

liberazione di tartaruga marina

 

… e troppo sovrasfruttato 

Secondo uno studio recente dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il Mediterraneo è il mare più sovrasfruttato al mondo, perlopiù con metodi di pesca distruttivi come la pesca a striscio. La pesca eccessiva inizia introno agli anni ’70 con la scoperta di nuove tecnologie che consentono di pescare in modo più intensivo, ad oggi il 90% delle specie di interesse commerciale è pescato in modo insostenibile superando, così, i limiti che permettono il ripopolamento. In più a minacciare il Mediterraneo ci sono gli sversamenti in mare di veleni derivanti dagli impianti industriali, gli scarichi fognari che arrivano in mare non depurati, le microplastiche e la “pesca fantasma” ovvero le reti abbandonate in mare che continuano a catturare specie che poi muoiono non riuscendo a liberarsi. 

I grandi predatori sono in pericolo

Tali eventi drammatici portano anche alla scomparsa degli squali e lascia spazio alle specie situate alla base della rete alimentare, ciò comporta una semplificazione degli ecosistemi e di conseguenza una perdita di biodiversità. Una delle cause di tale scomparsa è la pesca irresponsabile, la Stazione Zoologia Anton Dohrn di Napoli si occupa proprio della tutela di queste specie in pericolo (oltre agli squali, anche le razze) e per farlo i ricercatori hanno promosso dei nuovi sistemi di pesca come delle griglie da inserire nelle reti a strascico e degli ami circolari da fissare alle lenze che possono essere rimosse dagli animali con meno danni rispetto ad un amo classico.

 

Il turismo, un’altra fonte di disturbo

Il turismo stagionale, che si concentra soprattutto nei mesi estivi, comporta il mal funzionamento della gestione dei rifiuti, la cementificazione delle coste per gli insediamenti turistici e la presenza di tubature e cavi sottomarini. I singoli eventi potrebbero anche essere tollerati, ma tutte queste fonti agiscono insieme compromettendo l’integrità delle biodiversità; gli ecosistemi per ovvi motivi non sono capaci di adattarsi a tali cambianti dunque dovrebbe essere l’uomo a rispettare le leggi della natura mettendo almeno in questo caso in secondo piano la propria crescita economica. Le Nazioni Unite e l’Unione Europea stanno prendendo atto di tali conseguenze, provando ad armonizzare i nostri stili di vita con le esigenze naturali dei mari. 

Soluzioni difficili ma non impossibili

L’oceano può guarire, ma ci vogliono costanza e tanto tempo. Un primo passo, oltre a quello di proteggere la biodiversità, è rendere pienamente funzionanti i depuratori ed evitare di usare la plastica monouso. Andrebbero inoltre create più aree protette, un impegno preso dall’Unione Europea che suggerisce di creare reti di aree protette con una gestione delle attività attraverso la pianificazione degli usi dello spazio marittimo. Infine, necessario è il restauro degli habitat marini anche grazie all’aiuto del progresso tecnologico; su quest’ultima soluzione le Nazioni Unite hanno dedicato il decennio 2021-2030 con l’obiettivo di restaurare almeno il 30% degli habitat distrutti. Dunque le soluzioni non mancano, ma bisogna agire prima che la sinergia di tutti questi problemi porti ad un punto di non ritorno. 

a cura di Elisabetta Rota

Fonti:

Ferdinando Boero e Roberto Danovaro, rispettivamente Chair e Presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn

Fao – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura

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1 commento

Iolanda 07/08/2022 - 12:16

Bello e interessante!

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