I ricercatori della Stazione Zoologica di Anton Dohrn hanno documentato la presenza di 13 squali capopiatto a 200 metri di profondità del Golfo di Napoli. Questa notizia ha generato sull’opinione pubblica allarmismi, che però gli studiosi stessi ritengono infondati. Tramite un’intervista effettuata con l’autrice dello studio pubblicato sulla rivista Ecology, Simona Noè, comprendiamo che la specie in questione sia innocua e già nota da tempo negli abissi del Golfo.
La scoperta nei fondali del Golfo di Napoli
Ciò che smentisce questo allarmismo, sono proprio i dettagli emersi grazie alla testimonianza dell’autrice dello studio. Soltanto singoli individui erano già stati osservati in precedenza in un’area del Golfo di Napoli, a circa 200 metri di profondità, durante immersioni con ROV (veicoli operati da remoto), nell’ambito di attività di ricerca condotte dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn. Nel 2024 i ricercatori sono tornati in quell’area per caratterizzare la fauna ittica di quegli ambienti, tramite l’utilizzo di sistemi di videocamere subacquee provviste di esca, conosciuti come Baited Remote Underwater Video systems (BRUV). I primi a farsi avanti allo stimolo odoroso dell’esca sono stati proprio gli squali capopiatto, rubando tutta la scena in questo studio dedicato. La possibilità di incontrarli era in considerazione, ma quello che ha fatto scalpore è stata la numerosità degli esemplari.
Il comportamento dello squalo capopiatto
Lo squalo capopiatto (Hexanchus griseus) è una delle specie di squali più grandi al mondo, con una lunghezza massima confermata di circa 5 metri. Si tratta di una specie che vive esclusivamente negli ambienti profondi. Può compiere migrazioni verticali notturne alla ricerca di cibo e, occasionalmente, alcuni esemplari vengono catturati accidentalmente nelle reti da pesca. È attualmente classificato dalla Lista Rossa IUCN come “quasi minacciato” a livello globale, ma nel Mar Mediterraneo è considerato a “basso rischio” per la presunta scarsa interazione con le attività umane. Non è quindi una specie che risale in superficie né rappresenta un pericolo per la balneazione.

Habitat in profondità e presenza già nota nel Mediterraneo
Secondo gli studi condotti dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn, l’area del Canyon Dohrn ospita habitat complessi e strutturati. Si tratta di bio-crostruzioni marine, che a quelle profondità, sono dominate da coralli (foreste a coralli neri) e da una ricca biodiversità bentonica (crostacei, molluschi). Queste strutture creano un ambiente favorevole, non solo per questa specie di squalo ma a tutte le specie associate che vivono le profondità; quindi, ci sono molti fattori che richiamano questa specie: «La vita chiama vita». Le zone del Golfo, situate tra i 200 e i 1000 metri di profondità, rappresentano un ecosistema che potrebbe fungere da rifugio naturale. Lo studio, nel complesso, suggerisce che questo ambiente possa rappresentare un’area di aggregazione e un hotspot di biodiversità per gli squali capopiatto, sia nel Golfo di Napoli che nel Mediterraneo.
A fare chiarezza sull’allarmismo e sulle difficoltà di esplorazione dell’area, come anticipato, è stata la ricercatrice Simona Noè. Tramite la nostra intervista, ha chiarito infatti che il falso allarme, risiede nel semplice fatto che non è una notizia che tutti possono conoscere, se non persone a contatto con il mare (pesca subquea, attività di ricerca in profondità), al di fuori di questo si crea dunque solo disinformazione e paura infondata. Ci spiega inoltre che le aree “deep sea”, non siano di facile accesso, se non con le varie operazioni di esplorazioni e con attrezzature sofisticate. Il livello di conoscenza di questi ambienti è dunque ancora molto basso, ed è quindi fondamentale continuare a investire nella tecnologia per poter accedere a determinate aree per monitoraggi più chiari e ampliare le conoscenze. «C’è ancora un mondo da scoprire».


