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Ciclone Harry in Sicilia: il mare mette in ginocchio le associazioni

Un’emergenza raccontata dall'associazione DNA Divers Catania by Apogon ASD

da Elisabetta Rota
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Negli ultimi giorni il ciclone Harry ha colpito duramente il Mediterraneo centrale, lasciando dietro di sé una scia di distruzione che ha interessato Sardegna, Calabria e soprattutto la Sicilia. Chilometri di costa devastati, infrastrutture crollate, attività economiche spazzate via dalla forza del mare.
Eppure, nonostante la portata dell’evento, la sensazione è che se ne stia parlando troppo poco.

Come Fondalicampania, realtà impegnata nella tutela del mare e delle comunità costiere, abbiamo deciso di metterci in contatto con chi questa emergenza la sta vivendo in prima persona. Tra le voci più colpite c’è quella di Luigi Taccetta, deep diver e consulente IT dell’associazione DNA Divers, un diving club e scuola subacquea attiva sulla costa orientale siciliana.

“Chilometri di costa danneggiati, da Messina a Ragusa”

Il quadro che emerge dal racconto di Taccetta è netto e drammatico. «Kilometri di costa hanno subito danni, dalla provincia di Messina a quella di Ragusa, passando per Catania e Siracusa. In quasi tutti i casi si tratta di strade, case, negozi ed attività vicine la costa». A Catania, racconta, il mare ha letteralmente divelto il territorio urbano: «Il lungomare ha delle zone dove è ceduto l’asfalto, lasciando delle voragini; sempre a Catania, un porto privato e la strada per arrivarci non ci sono più». Non si parla quindi solo di mareggiate spettacolari, ma di trasformazioni permanenti del territorio, con conseguenze economiche e sociali enormi.

Acitrezza: “Gli scogli che erano in mare li abbiamo trovati dentro la struttura”

Nel borgo marinaro di Acitrezza, dove opera DNA Divers, l’impatto è stato devastante. «La strada del lungomare è stata invasa da scogli che prima si trovavano a mare. Nel caso del nostro centro, ci siamo trovati gli scogli dentro la struttura». Il centro diving, costruito in una zona sottomessa rispetto alla strada, è stato completamente travolto. «Attualmente la struttura ha solo i pilastri portanti, tutto il resto è stato demolito dall’acqua. L’acqua è entrata in grosse quantità, riempiendo tutta la struttura e facendo collassare vetrate, porte e pareti». Anni di lavoro, attrezzature, spazi di formazione e di aggregazione spazzati via in poche ore.

Visibilità, volontari e una raccolta fondi per ripartire

Alla domanda su come si possa aiutare concretamente la Sicilia e realtà come DNA Divers, la risposta è chiara: serve attenzione, prima ancora che risorse. «Sicuramente la visibilità mediatica aiuta la collettività a familiarizzare ed empatizzare con l’accaduto». Le immagini, spiega, non bastano: «Le immagini sono forti, ma vederlo dal vivo lo è ancora di più». Nei primi giorni, il supporto è arrivato soprattutto dai volontari: «Ci siamo trovati l’aiuto dei nostri volontari per scavare tra l’acqua e le macerie, per poter recuperare il recuperabile». Oggi l’associazione ha avviato una raccolta fondi per affrontare le spese necessarie alla ripartenza, unico strumento concreto per provare a ricostruire ciò che il mare ha distrutto.

Sul fronte istituzionale, il racconto è sobrio ma non nasconde l’amarezza. «A livello nazionale non mi sembra si sia mosso qualcosa; a livello locale abbiamo avuto la presenza del sindaco fin da subito, così come le ruspe per liberare la strada». Per il resto, tutto è stato affrontato in autonomia: «Noi, nello specifico, abbiamo dovuto far tutto da soli. Per lo svuotamento dell’acqua, protezione civile e vigili del fuoco non avevano l’attrezzatura adatta. Quindi abbiamo agito privatamente». Un passaggio che racconta bene il senso di isolamento vissuto da molte realtà costiere in questi giorni.

DNA Divers purtroppo non è un caso isolato. «BlueWorld, con cui collaboriamo, ha avuto danni molto similari», spiega Taccetta, sottolineando come l’intero tessuto delle associazioni legate al mare sia stato colpito duramente dal ciclone Harry in Sicilia.

Il mare come messaggio che rischia di non essere ascoltato

Alla domanda sul futuro, emerge una preoccupazione che va oltre l’emergenza immediata. «Temiamo che le istituzioni non stiano ascoltando i messaggi del mare e che non prendano decisioni a lungo termine concrete e utili per la prossima volta che un fenomeno del genere avverrà». Eppure, accanto alla paura, c’è anche la forza della comunità: «La vicinanza dei volontari, le donazioni, le persone che vedendoci scavare tra le macerie ci hanno portato acqua o qualcosa da mangiare non ci ha fatto sentire soli».

Questo articolo nasce da una convinzione semplice: quanto sta accadendo sulle coste siciliane, calabresi e sarde non può restare invisibile. Il ciclone Harry in Sicilia non è solo un evento meteorologico estremo, ma un segnale chiaro di fragilità strutturali, ambientali e istituzionali. Diffondere queste storie significa trasformare l’emergenza in consapevolezza, e la consapevolezza in aiuto concreto. Per DNA Divers, per le altre associazioni colpite, e per tutte le comunità che vivono sul confine sempre più instabile tra terra e mare.

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