venerdì 27 gennaio 2017

Le praterie di posidonia e l'equivoco di Aristotele


 – A cura di Giuseppe Volpe-

Restiamo basiti ad osservare una spiaggia piena di posidonia. Diventa perfino impossibile camminarci sopra, senza affondare i piedi in una melma appiccicaticcia e maleodorante. Meglio rinunciare alla programmata giornata di mare. Eppure, “come non tutto è oro ciò che luccica, così non tutto ciò che è sporco è inquinamento”….



L’equivoco di fondo è dovuto ad Aristotele. Questo grande pensatore, più filosofo che naturalista, era rimasto colpito dal periodismo stagionale di due fenomeni: la migrazione primaverile dei tonni e la contemporanea presenza sulla superficie delle acque del Mediterraneo di un’enorme quantità di frutti galleggianti, che in parte finivano sulle spiagge e che rassomigliavano alle ghiande delle querce. Ad alimentare ulteriormente l’attenzione, si aggiungeva l’osservazione di come i tonni scomparissero in estate inoltrata in coincidenza con la presenza sull’acqua e sulle spiagge di vere e proprie “palle” di varie dimensioni che il filosofo greco considerava lo sterco dei tonni. Per gli antichi, dunque, cioè per i pescatori dell’epoca, il Mediterraneo ospitava sul fondo del suo mare estese foreste di una pianta che in effetti chiamavano “quercia marina”. Naturalmente, secondo loro, avveniva che le ghiande di questa quercia richiamassero i tonni i quali se ne cibavano prima che il mare ne rigettasse gli escrementi sulla spiaggia. 

Si potrebbe pensare: “Possibile?” Certo. E’ incredibile la mole di molte credenze del passato che   sono protratte nel tempo, quasi per arrivare fino a noi, dovute ad Aristotele, ritenuto la “summa” indiscussa dell’umano sapere. Ad onor del vero, ha fatto sempre molto comodo “avere in tasca” il  rimedio per tutte le occasioni: bastava rivolgere il pensiero a ciò che aveva detto “lui” al riguardo, e il gioco era fatto. Ciò valeva soprattutto per il potere imperante, fortemente conformistico e dogmatico rivolto più al comodo controllo delle masse che al risveglio delle coscienze e delle intelligenze.

Per chi invece è interessato a leggere il passato, per comprendere meglio il presente, è interessante sapere, grazie ad Aristotele, che il fondo del Mediterraneo, oltre duemila anni fa, era popolato da praterie di “posidonia oceanica” che fruttificava abbondantemente in primavera e perdeva le foglie sul finire dell’estate. Le “ghiande” di Aristotele, infatti, sono i frutti di posidonia, che non è un albero come la quercia, bensì un’erba e non costituisce foreste ma praterie. Quelle che erano chiamate “palle”, sono in realtà “egagropoli marini”, e che vengono spiaggiate dopo le mareggiate autunnali, o in prevalenza in condizioni simili, non sono escrementi dei tonni, ma le fibre, le nervature delle foglie di questa pianta che il moto ondoso aggroviglia e rigetta sugli arenili delle baie.

Eppure, su alcune carte nautiche è ancora possibile notare come i fondali colonizzati di posidonia vengano distrattamente definiti “fondali ad alga”. Invece, posidonia non è un’alga, ma una vera e propria pianta di origine terrestre, sia pure differenziata. Per intenderci, essa è una pianta costituita con radici, fusto e foglie, possiede dei rami sotterranei al pari delle canne di bambù, fiorisce e fruttifica come l’iris e, come l’ulivo, è sempreverde, cioè non ha un periodo di dormienza totale simile a quello delle piante a foglie caduche. Tra l’altro, i suoi semi sembrano più olive che ghiande e germinano già a fine maggio, mentre la fioritura avviene verso la fine di dicembre.

In definitiva, quindi, la primissima impressione che abbiamo avuto nel vedere la spiaggia invasa dalla posidonia comincia a lasciare il posto a qualche riflessione che di primo acchito non avremmo pensato di fare. E’ inquinamento, o no? Bisogna rimuoverla, o no?
Sulla questione “posidonia rifiuto o risorsa”, si dibatte da sempre, nonostante il D. Lgs. 25 gennaio 2012 n. 2, “recante misure straordinarie e urgenti in materia ambientale.” Però, è sempre l’uomo a costituire il vero problema, o meglio, la sua attività. Per “addolcirsi” la situazione, egli la chiama “attività antropica”, ma si tratta sempre della stessa cosa: i principali nemici della posidonia sono le imbarcazioni da diporto, l’attività di pesca a strascico e le acque rese torbide dagli scarichi non a norma.

Qual è il parere del WWF? Dal progetto internazionale di ricerca Global Land Project, maggio 2012, “si raccomanda (…i materiali di posidonia piaggiati…) di lasciarli dove il mare li ha depositati in quanto indispensabile protezione naturale contro l’erosione delle coste.”

In effetti, la posidonia si potrebbe posizionare meglio in particolari punti della spiaggia, lasciando ai bagnanti “il loro spazio” e… a madre natura “il suo prezioso lavoro” di salvaguardia ambientale, che forse noi non siamo in neanche in grado di capire a ragione dei tempi diversi con i quali regoliamo le nostre esistenze: veloce e distratto il nostro, lento e inesorabile il suo.

Come sono lontani i tempi in cui la posidonia era usata come materiale isolante, da imballaggio e da imbottitura…! Ora non vogliamo più, forse non sappiamo più, rapportarci con gli elementi naturali che ci circondano, preferendo di risolvere le esigenze della nostra vita recandoci al più vicino supermercato, sperando magari di trovarvi qualche prodotto in offerta speciale.