martedì 24 gennaio 2017

Le barche votive “cente”


– A cura di Giuseppe Volpe

La Madonna del Granato è una basilica costruita sul promontorio del monte Calpazio, a Capaccio, a circa 10 km da Paestum, che sovrasta l’ampia valle del fiume Sele. Sul posto, in onore della Madonna del Granato, si svolgono due processioni, a maggio e ad agosto, con la particolarità di fare sfilare le caratteristiche “barche votive cente”, fatte con candele disposte a raggiera e montate su di una sagoma di legno. Direte: “Ma che c’entrano queste barche votive cente, che sono cose che accadono in montagna?” C’entrano…, c’entrano…


Parlando a grandissime linee, è’ l’antica e risaputa questione che la civiltà dell’uomo è sorta nei pressi del mare, o comunque delle acque. Successivamente, l’uomo ha dovuto stabilirsi in collina o in montagna, per proteggersi meglio dagli attacchi dei nemici. E durante il trascorrere dei secoli, i luoghi hanno lasciato le tracce della loro cultura e della loro religiosità. Non a caso, fin dal secolo scorso, archeologi e studiosi hanno avanzato l’ipotesi di un più che possibile “trasferimento” di attributi iconografici della pagana Hera Argiva alla cristiana Madonna del Granato, che si venera appunto a Capaccio in una chiesa romanica. Per chi non l’avesse ancora vista, la scultura ignea rappresenta la madonna con un melograno nella mano destra e il bambino sul grembo abbracciato sulla sinistra. In passato il collegamento fra questa madonna e la dea greca era stato intuito, poiché si supponeva l’esistenza di un santuario dedicato ad Hera Argiva nella pianura di Paestum. Anzi, il mito tramandato anche da Plinio e da Strabone, voleva che a fondare il tempio fosse stato perfino Giasone, capo degli Argonauti. Tutto divenne certezza, nel 1934, quando una missione archeologica rinvenne i resti del tempio (VII secolo a. C.).

Quindi, è del tutto pacifico riscontrare in usanze che affondano le loro radici in tempi molto remoti, tracce e suggestioni di una religiosità pregressa. Comunque, la particolarità di questa processione è interamente “marinara”, prove ne sono appunto le “barche votive cente”. E non si comprende come persone atavicamente insediate in un territorio tipicamente montagnoso, abbiano a rappresentare alla madonna il loro sentimento religioso con una struttura lontanissima dalla loro tipica attività lavorativa, se non con un retaggio perpetrato e continuato nel tempo, quale segno di devozione e di attaccamento sia al divino che al territorio.

La manifestazione inizia con un grande afflusso di gente che cammina, a volte, scalza, a causa del voto. Sulla piazza antistante la chiesa si allestisce la fiera, con bibite, gelati, casalinghi, biscotti, eccetera. Le “cente”, nella chiesa, sono state già preparate ai lati dell’altare: sono addobbate con nastri e fiori. Mediamente, occorrono più di cento candele per ricoprire ogni barca, che possono anche raggiungere la lunghezza di due metri. Una spesa dunque consistente, se si considera il livello sociale, che è quello prevalentemente operaio, di chi le prepara.

Dopo la celebrazione della messa, inizia la processione in cui l’elemento femminile risulta davvero predominante. Le “cente”, infatti, vengono portate sulla testa, con una certa fatica, proprio dalle donne. Il corteo, con a capo un fedele con lo stendardo che ritrae la madonna del melograno, dopo aver compiuto il giro della chiesa, vi fa’ ritorno. Qui, sempre le donne, smontano le barche, lasciano le candele al parroco e poi si avviano per il ritorno alle loro rispettive case.

E come per un effetto magico e malinconico, si avvertono gli echi della devozione popolare con gli oggetti della loro quotidianità e, sia pure a molti chilometri di distanza dal mare, sembra di sentire nell’aria il frusciare delle onde.