giovedì 24 novembre 2016

IL FARO – A cura di Giuseppe Volpe

Molte parole che oggi usiamo comunemente prendono spunto dal linguaggio marinaresco, quasi a volerci ricordare che le nostre radici… non stanno in terra, ma in acqua! E’ il caso anche della parola “faro”, che spesso si usa per indicare una persona che è di esempio per gli altri: la luce che emana è un riferimento di salvezza o di giusto percorso da intraprendere.


Quindi, il faro ha origini remotissime, basti pensare a quella che era ritenuta essere una delle sette meraviglie del mondo, e cioè il “colosso di Rodi”, che altri non era che un faro, di dimensioni enormi, posto nei pressi del porto della città omonima. 

Però, la parola “faro” non deriva evidentemente dal nome della città di Rodi, come si dovrebbe essere autorizzati a pensare, bensì da quella di “Pharos”, di fronte ad Alessandria d’Egitto, dove venne concepito il primo vero faro della storia.

Il faro, in effetti, è un fanale di grande portata luminosa e serve per segnalazioni costiere, per segnalazioni di rotta o di orientamento navi, posto sulla roccia o su di una robusta base di acciaio. 

Ove non è possibile erigere dei fari sulle coste, causa la loro natura pericolosa, vengono utilizzati dei battelli in acciaio, solidamente assicurati con ancore. 

I fari sono generalmente piazzati sulla sommità di torri in muratura o di tralicci metallici, in vicinanza del mare antistante le coste, specie se frastagliate o con fondali bassi o comunque pericolose per la navigazione marittima.

Il faro dunque è una torre, una volta in muratura, oggi di acciaio, su cui è posta una potente segnalazione luminosa. La torre è dotata al suo interno di un sistema di rampe che consente l’accesso alla camera della segnalazione luminosa chiamata “lanterna” e termina in sommità con un locale di servizio, detto variamente o “stanza di guardia” oppure “stanza dell’orologio”.

 In questo locale, è contenuto un sistema di rotazione delle lenti luminose, perché il faro deve avere la possibilità di spaziare continuamente il raggio della sua portata. Completano la struttura della “lanterna” alcuni elementi fondamentali, quali un sistema di ventilazione dei fumi e dei calori che si sprigionano dalla forte illuminazione, un parafulmine e “una messa a terra” della cupola metallica che forma il tetto della “lanterna”. Inoltre, vi sono i servizi della struttura, e cioè i “locali di passaggio”, onde consentire le necessarie pulizie.

Esiste, in Italia, il Servizio Fari che è gestito dalla Marina Militare, consistente in 6 “comandi-zona”, di cui uno a Napoli, istituito e organizzato per la sorveglianza del Basso Tirreno. Nel complesso, nel Servizio Fari lavorano una cinquantina di militari e oltre trecento civili, con la qualifica di “faristi”, meglio noti come “i guardiani dei fari”. 

Di recente, è possibile visitare alcuni fari, come quello di Capo d’Orso a Maiori e quello di Punta Imperatore a Forio d’Ischia.  Bisogna però chiedere il permesso alla Marina Militare. Nell’eventualità, si parte da Capo Miseno per poi procedere verso la Torre Bianca di Castellammare, Punta Licosa, Capo Palinuro e infine il Faro di Punta Carena, a Capri. Visitare questi fari, costituisce ovviamente l’occasione di ammirare dei panorami fantastici, oltre al fatto di avvicinare un po’ la storia del nostro mare e di chi l’ha vissuto. A tale proposito, il Faro di Punta Carena, a Capri, è il secondo d’importanza in Italia, dopo quello di Genova. Costruito nel 1867, la sua torre è alta 30 metri ed emana un fascio di luce visibile fino a 25 miglia nautiche (50 km). Infine, una curiosità: il Faro di Punta Imperatore a Forio d’Ischia fu il primo faro nella storia ad essere governato da una donna, Lucia Capuano, che negli anni 30 prese il posto del marito, fulminato da una tempesta notturna.

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