mercoledì 5 ottobre 2016

Corsari e pirati nel mare della Campania – A cura di Giuseppe Volpe

La storia del mare è ricca per molti aspetti, anche per episodi violenti, come quelli che hanno visto la presenza attiva di corsari e pirati. Forse però non è a tutti ben chiara la differenza fra queste due figure. I corsari erano, come qualcuno li ha definiti, “mercenari marini”, cioè depredavano le navi nemiche sotto incarico di governanti compiacenti che li utilizzavano non ufficialmente (mediante la “lettera di corsa”), per i loro scopi militari. I pirati invece, per così dire, erano “lavoratori in proprio” e la loro attività si riduceva al “soddisfacimento dei bisogni personali”, senza neanche l’ombra di una qualche rivendicazione politica. Proprio per questo, ai corsari, se fatti prigionieri, li si trattava come veri prigionieri di guerra; mentre ai pirati non era riconosciuto nessun diritto di difesa ed erano abbandonati al loro destino, senza pietà e trattati come schiavi.


La storia dei corsari e quindi dei pirati, nasce soprattutto con la scoperta del nuovo mondo, quando il mare si scopre percorribile anche oltre le colonne d’Ercole, e dunque non fa’ più paura, e trova un notevole impulso grazie all’idea della regina d’Inghilterra Elisabetta quando incarica Francis Drake di sbaragliare i piani degli odiati spagnoli. Anche i mari della Campania, così come tutti i mari del mondo, dunque, vengono interessati dal fenomeno, dal momento che i suoi confini sono stati sempre oggetto di potenziali invasori: musulmani, algerini, tripolitani, eccetera. Il detto “mamma li turchi!” non è affatto casuale e serve a dare un’immagine precisa di quello che è sempre avvenuto lungo le coste campane.

L’episodio più significativo sembra essere quello di Procida, addì 21 aprile 1738. Il giovane re Carlo III di Borbone, appena salito al trono del Regno delle due Sicilie, era andato all’isola di Procida, per una battuta di caccia al fagiano. Durante il suo rientro a Napoli, una squadriglia di sciabecchi (lo “sciabecco” è un’imbarcazione a tre alberi e cannoni) algerini lo attaccò, per farlo ostaggio e consegnarlo al bey turco di Algeri. Il tentativo fallì per poco, ma servì al giovane sovrano per capire che, mentre doveva intensificare i rapporti diplomatici, doveva contemporaneamente rinforzare la marina militare, tanto grave era il pericolo dei pirati lungo le coste del suo regno. Furono allo scopo predisposte tre squadre: la prima fu adibita al controllo delle coste del mar Tirreno, dallo stretto di Messina a Capri; la seconda fu di stanza allo Jonio; la terza ebbe l’incarico di sorvegliare gli arcipelaghi della Sicilia. Il 23 giugno dello stesso anno avvenne il primo scontro, al largo di Capo Palinuro. La squadra del Tirreno affondò due navi corsare.

La protezione marina della flotta organizzata dal re Carlo funzionò sempre bene ed ebbe il suo più fulgido rappresentante nel mitico e leggendario capitano Giuseppe Martinez, soprannominato “Capitan Peppe”. In una delle sue numerose imprese, il famoso capitano condusse a Napoli, prigioniero in catene, niente meno che il “rais” di Algeri, e per questo il re lo decorò con tutti gli onori. Ma la saggia politica diplomatica che Carlo III aveva intrapreso, troverà molto più tardi la sua definitiva conclusione, nel 1833, con un trattato che sanciva ufficialmente la fine della “corsa”: ormai tutte le nazioni si avviavano verso il pieno riconoscimento delle sovranità territoriali e ad una chiara sistemazione dei propri confini nazionali. 

Possiamo fare una battuta? Fine della… corsa….

Di Giuseppe Volpe
Seguici su facebook, clicca qui